L’urgenza della battaglia contro le fake news. Democratica 25.07.2018

Le unghie di Josefa, incredibilmente smaltate di rosso. Le frasi mai pronunciate da Saviano o da Renzi o dalla Boldrini. O il bimbo annegato nel Mediterraneo che in realtà era un bambolotto.

Sono le “fake news”. E’ la propaganda di quanti sul web soffiano sul razzismo, sul rifiuto di ogni diversità, sulla demonizzazione degli avversari, sulla polarizzazione del dibattito politico. E non è certo “normale” propaganda politica: queste sono vere e proprie notizie inventate.

Ma perché vengono diffuse? Dove e come si diffondono? E quanto? Con quali conseguenze? Ed infine, cosa possiamo fare per contrastarle?

Perché? Il perché è abbastanza semplice: facendo passare notizie inventate di sana pianta, si ottiene il triplo effetto di far passare il tuo messaggio (razzista, polarizzato, violento), di sostenere non direttamente (e quindi in modo più efficace) la parte politica che propugna quelle idee e di screditare le fonti ufficiali (telegiornali, quotidiani e così via). Proprio perché la diffusione avviene su canali non tradizionali, questa viene ritenuta più autentica e quindi più credibile specie da fasce della popolazione più propense a credere nei complottismi.

Dove e come? Le tecniche di diffusione sono diverse e variano nel tempo. Si va da pagine facebook anonime ma dall’altissima viralità, ad account Twitter completamente fake, a profili su Facebook di persone inesistenti che su un singolo post hanno dal nulla 20mila condivisioni, a tristemente famosi siti di bufale. C’è una tecnica precisa dietro, sofisticata, che cambia via via, e che spesso sfrutta tecnologie non acquistabili in Occidente.

Quanto si diffondono? Si diffondono tanto, tantissimo: questi sono contenuti che in certi momenti parlano quotidianamente a decine di milioni di italiani. Magari poi, una volta ottenuta la viralità al post, lo si fa sparire, così da non lasciare tracce della propria attività criminosa o criminogena ma avendo comunque fatto danni.

Le conseguenze? Sono sotto gli occhi di tutti. Con una percentuale di popolazione che sempre più si informa sui social network ed in particolare su Facebook (presto avverrà il sorpasso sulla televisione, se il trend non cambia), è chiaro che la disinformazione regnerà sempre di più sovrana, con un progressivo ridimensionamento dell’autorevolezza dei media tradizionali.

Dobbiamo iniziare a prendere in considerazione il tema della responsabilità dei proprietari delle piattaforme (Facebook, Twitter e così via), sulla scia di quanto ad esempio è stato fatto in Germania, dove si è arrivati a perseguire penalmente operatori che non rimuovono certi tipi di contenuti ad alta viralità.

L’urgenza della battaglia contro le fake news

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